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Gli ingegneri chiedono alla politica investimenti e norme, puntando alla qualità dei progetti.

Crescita, innovazione, nuove tutele: tre parole strettamente legate da un filo rosso, quello del lavoro. Senza occupazione non vi può essere crescita, non possono innescarsi processi di innovazione ed ogni forma di tutela rischia di rivelarsi una formula vuota. E’ questo il contesto che fa da sfondo alla ricerca del Centro Studi del CNI “Ingegneri al lavoro – Crescita, Innovazione, Nuove tutele”, presentata stamattina nel corso dell’Assemblea del CNI.

Quella degli ingegneri è una categoria che, dopo aver registrato per anni livelli occupazionali crescenti, oggi si ritrova profondamente coinvolta nella fase di crisi che il Paese attraversa. Un tasso di disoccupazione del 6%, pur essendo assai più contenuto della media nazionale, è un segnale di allarme per chi storicamente ha registrato livelli vicini alla piena occupazione. Tanto più se a questo si aggiunge la marcata flessione, superiore al 20%, del reddito medio tra gli ingegneri liberi professionisti nel periodo che va dalla prima ondata di crisi del 2008 ad oggi.

Il quadro delineato dalla ricerca del Centro Studi degli ingegneri presenta molti chiaro-scuri. I laureati in materie ingegneristiche, infatti, restano tra i più richiesti del mercato. Nel 2014 su mille nuovi assunti 46 sono ingegneri e nel complesso la domanda di assunzioni di ingegneri da parte delle imprese ha ripreso a crescere dopo due anni di calo. Più in generale, nei settori di punta della struttura produttiva del Paese, nel 2014, sono stati richiesti quasi 18mila ingegneri. Tuttavia, nonostante questi segnali incoraggianti, il settore dell’ingegneria attraversa una crisi senza precedenti. Particolari difficoltà registrano gli ingegneri civili ed ambientali e l’intero comparto dei liberi professionisti.

In questo contesto, le scelte della classe politica appaiono, nella maggior pare dei casi, inadeguate. La modifica, in senso assai restrittivo, del regime di imposizione fiscale forfettaria per il lavoro autonomo (regime dei minimi); l’abolizione della Cassa Integrazione Guadagni in deroga per i dipendenti degli studi professionali in crisi; l’aumento dei contributi per la gestione separata Inps che i professionisti privi di cassa di previdenza di categoria saranno tenuti a versare a partire dal 2015, sono la dimostrazione del fatto che la politica guarda distrattamente al mondo della libera professione.

“Dalla nostra ricerca – ha commentato Luigi Ronsivalle, Presidente del Centro Studi CNI – emerge con chiarezza un fatto: se lo Stato non interviene con decisione difficilmente verremo fuori da questa situazione. Tanto per cominciare, chiediamo al Governo di investire e di rilanciare le opere pubbliche. In questo senso, una grande opportunità è rappresentata dai piani organici di riqualificazione delle città, che attualmente sono il cuore dello sviluppo delle economie moderne.  Ma soprattutto occorre tornare ad investire nell’ingegneria. Tra i principali paesi europei, l’Italia è quello in cui l’incidenza dell’attività di progettazione sugli investimenti in costruzioni è in assoluto la più bassa: 10,4% contro il 32,8% della Gran Bretagna, il 25,1% della Spagna o il 24,6% della Francia. Prevale la cultura deleteria secondo la quale la progettazione altro non è che un costo da minimizzare il più possibile. Invece sappiamo bene come essa rappresenti la parte a maggiore valore aggiunto di un investimento”.

“Ma investire non basta – conclude Ronsivalle - E’ necessario agire sul terreno normativo e, al tempo stesso, individuare modalità diverse per selezionare i professionisti da coinvolgere nei progetti, nella massima trasparenza. Occorre lavorare sulla qualità dei progetti e far sì che da questi scaturiscano opere di qualità. Non si tratta di un passaggio scontato. Perché si possa centrare l’obiettivo è necessario l’impegno di tutti. Della politica, certo, ma anche della Pubblica Amministrazione. Quanto a noi ingegneri da tempo siamo pronti ad assumerci per intero le nostre responsabilità. Purtroppo aspettiamo ancora di essere messi nelle condizioni di farlo”.

Lo studio riflette il clima che prevale tra gli ingegneri. Il documento del Centro Studi contiene i risultati delle interviste effettuate a oltre 8mila ingegneri, dalle quali emerge una sensazione di grande incertezza per il futuro. Appena il 22% degli intervistati, infatti, ha segnalato nel 2014 un incremento del proprio fatturato. Quanto al 2015, solo 12 ingegneri su 100 prevedono di incrementare il proprio giro d’affari. In ogni caso, dalle interviste emerge con chiarezza che ad essere in crisi non è la figura dell’ingegnere e tanto meno la libera professione nel campo dell’ingegneria, quanto un contesto che non ne riconosce il valore.

Per contro, nonostante il tono pessimista, gli ingegneri italiani hanno le idee piuttosto chiare su come innescare la crescita. Gli intervistati puntano innanzitutto su un sistema di regole e policy che incentivino il lavoro, specie quello autonomo. Chiedono, in particolare: deducibilità delle spese per la formazione continua, accessibilità ai bandi di gara europei, regole sugli appalti pubblici, modalità di liquidazione dei compensi per lavori svolti per la Pubblica Amministrazione, ammortizzatori sociali anche per le attività professionali, revisione dei regimi di agevolazione fiscale divenuti sempre più restrittivi. Inoltre, considerano prioritario il rilancio degli investimenti pubblici in nuove infrastrutture materiali ed immateriali. Secondo gli ingegneri, non esiste possibilità di ripresa economica senza un ritorno agli investimenti, penalizzati oltremodo dalle scelte politiche degli ultimi anni.

Ingegneri al lavoro

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